Oración , Preghiera , Priére , Prayer , Gebet , Oratio, Oração de Jesus

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CATECISMO DA IGREJA CATÓLICA:
2666. Mas o nome que tudo encerra é o que o Filho de Deus recebe na sua encarnação: JESUS. O nome divino é indizível para lábios humanos mas, ao assumir a nossa humanidade, o Verbo de Deus comunica-no-lo e nós podemos invocá-lo: «Jesus», « YHWH salva» . O nome de Jesus contém tudo: Deus e o homem e toda a economia da criação e da salvação. Rezar «Jesus» é invocá-Lo, chamá-Lo a nós. O seu nome é o único que contém a presença que significa. Jesus é o Ressuscitado, e todo aquele que invocar o seu nome, acolhe o Filho de Deus que o amou e por ele Se entregou.
2667. Esta invocação de fé tão simples foi desenvolvida na tradição da oração sob as mais variadas formas, tanto no Oriente como no Ocidente. A formulação mais habitual, transmitida pelos espirituais do Sinai, da Síria e de Athos, é a invocação: «Jesus, Cristo, Filho de Deus, Senhor, tende piedade de nós, pecadores!». Ela conjuga o hino cristológico de Fl 2, 6-11 com a invocação do publicano e dos mendigos da luz (14). Por ela, o coração sintoniza com a miséria dos homens e com a misericórdia do seu Salvador.
2668. A invocação do santo Nome de Jesus é o caminho mais simples da oração contínua. Muitas vezes repetida por um coração humildemente atento, não se dispersa num «mar de palavras», mas «guarda a Palavra e produz fruto pela constância». E é possível «em todo o tempo», porque não constitui uma ocupação a par de outra, mas é a ocupação única, a de amar a Deus, que anima e transfigura toda a acção em Cristo Jesus.

terça-feira, 5 de abril de 2011

Archimandrita Kallistos L'esychia

 


I. I DIFFERENTI LIVELLI DELL'ESYCHIA

I. I DIFFERENTI LIVELLI DELL'ESYCHIA
Una delle storie dei "Detti dei Padri del deserto" descrive una visita di Teofilo, arcivescovo di Alessandria. ai monaci di Scete. Ansiosi di fare una buona impressione al loro illustre ospite. i monaci riuniti chiesero all'abate Pambo: "Di' qualcosa di edificante all'Arcivescovo". Ed il vecchio rispose: "Se non è edificato dal mio silenzio, tanto meno sarà edificato dalle mie parole". Questa storia indica l'estrema importanza data dalla tradizione del deserto alla esychia, la qualità dell'immobilità e del silenzio. "Dio ha scelto l'esychia al di sopra di ogni altra virtù" è detto altrove nei "detti dei padri del deserto". Come insiste S. Nilo di Ancira: "È impossibile che l'acqua infangata si possa chiarificare se si continua a rimestarla; ed è impossibile diventare monaco senza l'esychia".
Esychia, comunque, significa ben di più della semplice astenzione dal parlare fisico. Il termine può essere invece interpretato a molti livelli differenti. Tentiamo di distinguere i vari significati, partendo dai più esteriori per arrivare ai più profondi ed interiori.

1. Esychia e solitudine
Nelle fonti più antiche il termine "esicasta" e il relativo verbo "esichazo" generalmente denota un monaco che vive in solitudine, da eremita, a differenza di quelli che sono membri di un cenobio. Questa accezione si ritrova già in Evagrio pontico ( + 399) e in Nilo e Palladio (inizi V secolo). Si ritrova pure nei "Detti dei Padri del deserto", in Cirillo di Scitopoli, in Giovanni Mosco, Barsanufio, e nella legislazione di Giustiniano. Il termine esychia continua ad essere adoperato con questo significato anche in autori posteriori, come in S. Gregorio il Sinaita ( + 1346). A questo livello il termine si riferisce soprattutto alla relazione, nello spazio, di un uomo in rapporto ad altri. Questo è il significato più esteriore.

2. Esychia e la spiritualità della cella
"Esychia - dice l'abate Rufo nei "Detti" - è dimorare nella propria cella nel timore e nella conoscenza di Dio, astenendosi completamente dal rancore e dalla vanagloria. Tale esychia è madre d'ogni virtù e protegge il monaco dalle frecce infuocate del nemico". Rufo continua mettendo l'esychia in relazione col ricordo della morte e conclude dicendo: "Siate vigilanti sulla vostra anima". Esychia è qui associata con un altro termine chiave della tradizione del deserto, "nepsis", sobrietà spirituale o vigilanza. Quando "esychia" è collegata con la cella, il termine si riferisce ancora alla situazione esterna, dell'esicasta nello spazio; ma questo significato è allo stesso tempo più interiorizzato e spirituale. L'esicasta, nel senso di uno che rimane con attenta vigilanza nella sua cella, non è sempre essere un solitario, ma può essere anche un monaco vivente in comunità. L'esicasta è, allora, uno che obbedisce all'ingiunzione di Abba Mosè: "Vai a sederti nella tua cella e la tua cella ti insegnerà tutto". Egli tiene a mente il consiglio che Arsenio diede ad un monaco che desiderava fare opera di servizio caritatevole: - Qualcuno domandò ad Arsenio, "I miei pensieri mi tormentano dicendomi: - Non puoi digiunare, né lavorare: almeno vai a visitare gli infermi, che questo è pure una forma di amore". L'anziano, riconoscendo i germi seminati dal demonio, gli disse: - "Vai, mangia, bevi e dormi senza fare alcun lavoro; solamente non lasciare la tua cella". Perché egli sapeva che la permanenza paziente in cella, porta il monaco al compimento della sua vocazione.
La relazione tra esychia e la cella è chiaramente definita in un famoso detto di S. Antonio d'Egitto: "I pesci muoiono se s'attardano in terra asciutta; similmente i monaci, quando ciondolano fuori della cella o passano il loro tempo con uomini del mondo, perdono il tono della loro esychia".
Il monaco che rimane nella cella è come la corda d'uno strumento accordato. L'esychia lo mantiene in uno stato di alerte prontezza, ma non di tensione ansiosa nè di sovraffaticamento; ma se egli ciondola fuori della cella la sua anima diviene grassa e flaccida.
La cella, compresa come struttura esterna dell'esychia, è vista soprattutto come un laboratorio di incessante preghiera. La principale attività del monaco, quando rimane immobile e in silenzio nella sua cella, è il continuo ricordo di Dio, accompagnato da un senso di compunzione e di cordoglio. "Siedi nella tua cella", dice abba Ammonas a un vecchio che si propone d'adottare qualche ostentata forma d'ascetismo, "mangia un poco ogni giorno ed abbi sempre nel suo cuore le parole del pubblicano. Allora potrai essere salvato".
Le parole del pubblicano "Dio abbi compassione di me peccatore" sono strettamente parallele alla formula della preghiera di Gesù, come si trova a partire dal VI secolo in Barsanufio, nella vita di abbà Filemon ed altre fonti. Ritorneremo a tempo debito all'argomento dell'esychia e della invocazione del nome. La clausura della cella monastica e il nome di Gesù sono esplicitamente connessi in una frase di Giovanni di Gaza a proposito del suo confratello eremita Barsanufio: "La cella in cui è rinchiuso vivo come in una tomba, per amore del nome di Gesù, è il suo luogo di riposo; nessun demone vi entra, neppure il principe dei demoni, il Diavolo. È un santuario perché contiene la dimora di Dio".
Per l'esicasta, dunque, la cella è casa di preghiera, santuario e luogo d'incontro tra uomo e Dio. Tutto ciò è espresso con particolare efficacia nel detto "La cella dal monaco è la fornace di Babilonia, in cui i tre fanciulli trovarono il Figlio di Dio; è la colonna di nubi da cui Dio parlò a Mosè". Questa nozione della cella come punto focale della Presenza divina, si ritrova nelle parole d' un eremita copto contemporaneo, Abuna Matta al-Mesin.
Quando un visitatore gli chiese se avesse mai pensato di andare in pellegrinaggio ai luoghi santi, egli rispose: "Gerusalemme. la santa, è qui, dentro e attorno queste caverne, perché che altro è la mia caverna se non il luogo in cui nacque il mio Salvatore, Cristo; che altro è la mia caverna se non il luogo in cui Cristo, mio Salvatore, fu condotto al riposo, che altro è la mia caverna se non il luogo da cui Egli al massimo della gloria risorse dai morti? Gerusalemme è qui, proprio qui, e tutte le ricchezze spirituali della città santa si possono trovare in questa radura".
A questo punto, ci stiamo muovendo velocemente dal significato esteriore a quello più interiore del termine "esychia".
Interpretato in termini di spiritualità della cella, la parola significa non solo una condizione esteriore, fisica, ma anche uno stato dell'anima. Denota l'attitudine d'uno che sta nel suo cuore di fronte a Dio.
"La cosa principale" dice il vescovo Teofane il Recluso (1815-94) "è stare di fronte a Dio con la mente nel cuore, e continuare a restare di fronte a Lui incessantemente, notte e giorno, fino al termine della vita".
E questo è, praticamente, ciò che la quiete ed il silenzio significano per l'esicasta.

3. Esychia e il "ritorno in sé stessi"
Questa comprensione più interiorizzata di "esychia" è perfettamente espressa nella definizione classica dell'esicasta come la ritroviamo in S. Giovanni Climaco ( + ca. 649): "L'esicasta è uno che cerca di confinare il suo essere incorporeo nella sua casa corporea, per quanto ciò possa parere paradossale". L'esicasta, nel vero senso del termine, non è qualcuno che ha viaggiato all'esterno verso il deserto, qualcuno che si separa fisicamente dagli altri, chiudendo la porta della sua cella, ma uno che "ritorna in sé stesso" chiudendo la porta della sua mente. "Ritornò in sé" è detto del figliuol prodigo e questo è ciò che anche l'esicasta fa. Egli risponde alle parole di Cristo "Il Regno di Dio è dentro di voi" e cerca di "guardare il cuore con tutta l'attenzione" (Pr. 4,23).
Reinterpretando la nostra definizione originale dell'esicasta come di un solitario che vive nel deserto, possiamo dire che la solitudine è uno stato dell'anima, non un fatto di collocazione geografica, il deserto reale si trova dentro, nel cuore.
Il "ritorno in sé" è descritto con precisione da S. Basilio il Grande ( + 379) e da S. Isacco di Siria (VII sec.). "Quando la mente non è più dispersa nelle cose esterne", scrive Basilio, "né sperduta nel mondo a causa dei sensi, allora essa ritorna in sé; e per mezzo di sé stessa ascende al pensiero di Dio".
"Siate in pace con la vostra anima" intima Isacco, "e allora cielo e terra saranno in pace con voi. Entrate prontamente nel tesoro che è dentro di voi, e così vedrete le cose che sono in cielo; perché una sola è l'entrata che conduce ad entrambi. La scala che porta al Regno è nascosta nella vostra anima. Sfuggite il peccato, immergetevi in voi stessi, e nella vostra anima scoprirete la scala su cui ascendere".
A questo punto sarà utile fare una breve pausa e distinguere con maggior precisione tra i significati interiore ed esteriore della parola "esychia".
In un famoso detto di abba Arsenio si indicano tre livelli. Quando era ancora tutore dei figli dell'imperatore nel palazzo, Arsenio pregò Dio: "Mostrami come posso essere salvato". E una voce rispose: "Arsenio. sfuggi dagli uomini e sarai salvato". Egli si ritirò nel deserto e divenne un solitario; e poi pregò ancora, con le stesse parole. Questa volta la voce rispose: "Arsenio, sta' lontano, sta, in silenzio, sta' in quiete, perché queste sono le radici della libertà del peccato". Fuggire gli uomini, restare in silenzio, rimanere in quiete: tali sono i tre gradi dell'esychia. Il primo è spaziale, il "fuggire gli uomini", esternamente, fisicamente. Il secondo è ancora esterno, il "rimanere in silenzio", il desistere dal parlare. Nessuna di queste cose può trasformare un uomo in un reale esicasta; perché anche se vive in una solitudine esteriore e tiene la bocca chiusa, può essere interiormente pieno di irrequietezza e agitazione. Per conseguire la vera quiete è necessario passare dal secondo livello al terzo, dall'esychia esterna a quella interiore, dalla mera privazione di parlare a quella che S. Ambrogio di Milano chiama "Negotiosum silentium", il silenzio attivo e creativo.
S. Giovanni Climaco distingue gli stessi tre livelli: "Chiudi la porta della tua cella materialmente, la porta della lingua al parlare, e la porta interiore ai cattivi spiriti". Questa distinzione tra i livelli di esychia, ha importanti implicazioni per i rapporti dell'esicasta con la società.
Uno può fuggire nel deserto visibilmente e geograficamente, e pure nel cuore rimanere ancora nel mezzo della città; inversamente un uomo può continuare a restare fisicamente nella città ed essere esicasta vero nel cuore.
Per un cristiano ciò che importa non è la posizione spaziale, ma il suo stato spirituale. È vero che alcuni scrittori dell'oriente cristiano, e in particolare S. Isacco di Siria, sono giunti molto vicino all'affermazione che non ci può essere esychia interiore senza solitudine esteriore. Ma questo non è certo opinione comune. Ci sono storie nei "Detti", in cui laici, completamente impegnati in una vita di servizio attivo nel mondo, sono paragonati ad eremiti e solitari; un dottore d'Alessandria è considerato, per esempio, spiritualmente pati a S. Antonio il grande stesso. S. Gregorio il Sinaita rifiutò la tonsura ad un suo discepolo chiamato Isidoro, e lo rimandò da Monte Athos a Tessalonica, per essete di esempio e guida ad un gruppo di laici. Ben difficilmente Gregorio avrebbe potuto fate questo, se avesse considerato la vocazione di esicasta urbano come una contraddizione. S. Gregorio Palamas insiste, nella maniera più chiara, che il comando di S. Paolo "pregate incessantemente" si applica a tutti i cristiani senza eccezioni. A questo proposito si dovrebbe ricordare che, quando scrittori ascetici greci. come Evagrio o Massimo il confessore, usano i termini "vita attiva" e "vita contemplativa" per essi "vita attiva" non significa la vita di servizio diretto al mondo, come la predicazione, l'insegnamento, il lavoro sociale ecc., ma la battaglia interiore per sottomettere le passioni ed acquistare le virtù. Usando il termine in questa accezione, si può dire che molti eremiti e molti religiosi viventi in stretta clausura, sono ancora coinvolti nella "vita attiva".
E così ci sono uomini e donne completamente impegnati nella vita di servizio al mondo che pure posseggono la preghiera del cuore; e di essi si può dire che vivono la "vita contemplativa". S. Simeone il nuovo teologo ( + 1022) affermava che la pienezza della visione di Dio è possibile "nel mezzo delle città" come "nelle montagne e nelle celle". Egli credeva che persone sposate, con lavori secolari e bambini, e gravati delle ansietà di condurre una grande famiglia, potessero nondimeno ascendere le vette della contemplazione; S. Pietro aveva obblighi familiari eppure il Signore lo chiamò a salire il Tabor e ad assistere alla gloria della trasfigurazione. Il criterio non sta nella situazione esterna, ma nella realtà interna. E così come è possibile vivere nella città ed essere esicasta, ci sono analogamente alcuni il cui dovere è di parlare sempre e che tuttavia sono interiormente in silenzio. Secondo le parole di abba Poen, "un uomo appare rimanere silenzioso e pure condanna gli altri in cuore: una tal persona sta parlando tutto il tempo. Un altro parla da mattina a sera eppure resta in silenzio; cioè, egli non dice nulla all'infuori di ciò che è utile agli altri".
Ciò concorda esattamente con la posizione degli startsi come S. Serafino di Sarov e i padri spirituali di Optimo della Russia del XIX secolo: costretti dalla loro vocazione a ricevere un flusso interminabile di visitatori - dozzine e anche centinaia in un sol giorno - non perciò tralasciavano la loro esychia interiore. Invero, era proprio a causa di questa esychia interiore che potevano agire da guida agli altri. Le parole che dicevano a ciascun visitatore erano cariche di potere, perché erano parole che provenivano dal silenzio. In una delle sue risposte, Giovanni di Gaza fece una chiara distinzione tra silenzio interiore ed esteriore. Un fratello vivente in una comunità che trovava nei suoi doveri di lavoro come falegname una causa di disturbo e distrazione chiese, se non avesse dovuto divenire eremita e "praticare il silenzio di cui i padri parlano". Giovanni non fu d'accordo "come i più" rispose "tu non capisci cosa s'intende col silenzio di cui parlano i padri. Silenzio non consiste nel tenere la bocca chiusa. Un uomo può dire diecimila parole utili, e ciò vale come silenzio; un altro dice una sola parola non necessaria, ed è rompere il comandamento del Signore: Nel giorno del giudizio renderete conto di ogni parola oziosa che esce dalla vostra bocca".

4. Esychia e povertà spirituale
La quiete interiore, quando è intesa come custodia del cuore e ritorno in sé, implica un passaggio dalla molteplicità all'unità, dalla diversità alla semplicità e alla povertà spirituale. Per usare la terminologia di Evagrio, la mente deve diventare "nuda". Questo aspetto dell'esychia è reso esplicito in un'altra definizione di S. Giovanni Climaco: "Esychia è mettere da parte i pensieri". In ciò egli adatta una citazione di Evagrio "preghiera è mettere da parte i pensieri". La esychia implica un progressivo autosvuotamento, in cui la mente è spogliata di tutte le immagini visuali e di tutti i concetti umani, e così contempla in purezza il mondo di Dio. L'esicasta, da questo punto di vista, è uno che è avanzato dalla "praxis" alla "theoria". Dalla vita attiva alla contemplativa. S. Gregorio dei Sinai contrappone l'esicasta al "praktikos" e continua a parlare "degli esicasti che son contenti di pregare a Dio solo nel loro cuore e di astenersi dai pensieri". L'esicasta, quindi, non è tanto uno che s'astiene dall'incontrare e parlare con gli altri, quanto chi, nella sua vita di preghiera, rinuncia ad ogni immagine, ogni parola, e ragionamento discorsivo, e che è "sollevato al di sopra dei sensi nel puro silenzio".
Questo "puro silenzio", sebbene sia denominato "povertà spirituale", è lontano dall'essere una semplice assenza o privazione. Se l'esicasta spoglia la propria mente da ogni concetto di provenienza umana, per quanto sia possibile, il suo scopo in questo "autoannullamento" è del tutto costruttivo. Che egli possa essere riempito dall'Onnicomprensivo senso della presenza Divina, è fatto notare bene da S. Gregorio il Sinaita: "Perché dilungarsi nel parlare? La preghiera è Dio, che fa ogni cosa in ogni uomo".
"La preghiera è Dio"; "non è tanto qualcosa che io faccio, ma qualcosa che Dio sta facendo in me" ... "non io, ma Cristo in me" .
Il programma dell'esicasta è delineato esattamente nelle parole del Battista riguardo al Messia: "Egli deve crescere ma io diminuire".
L'esicasta cessa le sue attività, non per essere ozioso, ma per entrare nella attività di Dio. Il suo silenzio non è assenza, non è negativo - una pausa vuota tra due parole, un breve riposo prima di riprendere il discorso - ma del tutto positivo; un'atteggiamento di attenzione alerte, di vigilanza, e soprattutto di ascolto. L'esicasta è per eccellenza colui che ascolta, che è aperto alla presenza di un Altro: "Stai in quiete e sappi che io sono Dio" .
Nelle parole di S. Giovanni Climaco "L'esicasta è uno che dice dormo, ma il mio cuore resta vigile" . Ritornando in sé stesso, l'esicasta entra nella camera segreta del suo cuore e può così, restando là di fronte a Dio, ascoltare il linguaggio senza parole del suo creatore. "Quando preghi" osserva uno scrittore ortodosso contemporaneo della Finlandia "devi tu stesso star in silenzio e lasciar parlare la preghiera". - o più esattamente - lasciar parlare Dio. L'uomo dovrebbe sempre star zitto e lasciar Dio solo parlare". Questo è ciò che l'esicasta mira ad ottenere. Esychia perciò denota la transizione della "Mia" preghiera alla preghiera di Dio che opera in me - o per usare una terminologia del vescovo Teofane - dalla preghiera strenua o laboriosa, alla preghiera 'che agisce da sé' o che 'muove da sé'.
Il vero silenzio interiore o esychia, nel senso più profondo, è identico all'incessante preghiera dello Spirito Santo dentro di noi.
Come dice S. Isacco di Siria "Quando lo Spirito prende dimora in un uomo questi non cessa di pregare, perché lo Spirito continuerà a pregare costantemente in lui. Allora né nel sonno, né nella veglia, la preghiera potrà essere separata dalla sua anima; ma quando mangia, quando beve, quando giace e quando fa qualsiasi lavoro, i profumi della preghiera saliranno spontaneamente dal suo cuore".
Altrove S. Isacco paragona questo entrare nella preghiera spontanea, ad un uomo che varca una porta, dopo che la chiave è stata girata nella serratura, e al silenzio dei servi quando il padrone sopraggiunge fra loro. "Ciò che avviene in seguito è l'ingresso nel tesoro. A questo punto ogni bocca ed ogni lingua tace. Il cuore, tesoriere dei pensieri, la mente, che governa i sensi, e lo spirito, quell'uccello veloce, tutti debbono stare quieti; perché è arrivato il padrone della casa". Compresa in questo senso, come ingresso nella vita e nell'attività di Dio, l'esychia è qualcosa che, durante l'età presente, gli uomini possono ottenere solo ad un grado limitato e imperfetto. È una realtà escatologica, che è riservata nella sua pienezza nell'età a venire. Nelle parole di Isacco "Il silenzio è un simbolo del mondo futuro".

II. ESYCHIA E PREGHIERA DI GESU'
In linea di principio esychia è un termine generico per la preghiera interiore, ed abbraccia una varietà di più specifici modi di pregare. In pratica, comunque, la maggioranza degli scrittori ortodossi più recenti, usano la parola per designare un sentiero spirituale in particolare: l'invocazione del nome di Gesù. Occasionalemnte, sebbene con minor giustificazione, il termine "esicasmo" è impiegato in un senso ancor più ristretto ad indicare la tecnica fisica e gli esercizi di respirazione che talvolta sono usati in connessione con la "preghiera di Gesù".
L'associazione dell'esychia col nome di Gesù e, come sembra, col respiro - si ritrova già in S. Giovanni Climaco: "Esychia è restare di fronte a Dio in incessante adorazione. Fate che il ricordo di Gesù sia unito al vostro respiro e allora conoscerete il valore dell'esychia". Qual'è la relazione tra preghiera di Gesù ed esychia? In che modo l'invocazione del Nome aiuta il raggiungimento del silenzio interiore, ora descritto?
La preghiera, è stato detto, è "metter da parte i pensieri", un ritorno dal molteplice all'unità. Ora chiunque faccia un serio sforzo di pregare interiormente, stando di fronte a Dio, con attenzione raccolta, diviene immediatamente conscio della sua disintegrazione interiore - della sua incapacità di concentrarsi nel momento presente, nel "Kairos".
I pensieri si muovono senza posa nella testa, come mosche ronzanti (vescovo Teofane) o come il capriccioso saltare di ramo in ramo delle scimmie (Ramakrishna). Questa mancanza di concentrazione, questa incapacità di essere qui ed ora con l'intero essere, è una delle più tragiche conseguenze della caduta. Che si deve fare? La tradizione ascetica dell'Oriente ortodosso distingue due principali metodi per superare i "pensieri". Il primo è diretto: contraddire i nostri "logismi", incontrarli faccia a faccia, tentando di espellerli per uno sforzo di volontà. Un tal metodo può, comunque, dimostrarsi controproducente. Quando sono represse con violenza, le nostre fantasie, tendono a tornare con forza accresciuta. A meno che si sia estremamente sicuri di sé; è più sicuro usare il secondo metodo che è indiretto. Invece di combattere direttamente i pensieri e cercare di scacciarli con uno sforzo di volontà, si può cercare di distogliere l'attenzione da essi e guardare altrove. La strategia spirituale diviene così positiva invece che negativa: l'obiettivo immediato non è tanto svuotare la mente da ciò che è male, quanto di riempirla di ciò che è buono. E questo secondo metodo che è raccomandato da Barsanufio e Giovanni di Gaza. "Non contraddire i pensieri suggeriti dai tuoi nemici" consigliano "perché è esattamente ciò che vogliono, e non desisteranno. Ma rivolgiti al Signore per ricevere aiuto contro di essi, ponendo di fronte a Lui la tua impotenza; perché Lui è capace di espellerli e di ridurli a niente".
È evidente che non è possibile fermare il flusso dei pensieri con un violento sforzo della volontà. È di poco o di nessun valore il dire a noi stessi "smetti di pensare"; si potrebbe dire ugualmente "smetti di respirare". "La mente razionale non può restare oziosa" insiste S. Marco il monaco. Come posso conseguire, la povertà spirituale ed il silenzio interiore? Anche se non è possibile far desistere completamente l'inquieta intelligenza dalla sua instabilità, ciò che si può fare è semplificare e unificare la sua attività ripetendo in continuazione una certa formula di preghiera. Il flusso di immagini e pensieri continuerà, ma si sarà gradualmente resi capaci di distaccarci da esso. L'invocazione ripetuta ci aiuterà a "lasciare andare" i pensieri presentatici dal nostro io conscio o inconscio. Questo "lasciar andare" sembra corrispondere a ciò che Evagrio aveva in animo quando parlava della preghiera come di un "mettere da parte" i pensieri. Non un selvaggio conflitto, non una campagna spietata di furiosa aggressione, ma un gentile eppur persistente atto di distacco.
Tale è la psicologia ascetica presupposta nell'uso della preghiera di Gesù. L'invocazione del nome ci aiuta a focalizzare la nostra personalità disintegrata su un singolo punto. "Attraverso il ricordo di Gesù Cristo" scrive Filoteo del Sinai (IX-X sec.) "raccogliete la vostra mente dispersa". La preghiera di Gesù è da considerarsi come un 'applicazione del secondo metodo: l'indiretto, di combattere i pensieri; invece di cercare di scordare le nostre corrotte e triviali immaginazioni attraverso un confronto diretto, ci distogliamo e guardiamo al Signore Gesù; invece di fare affidamento sulle nostre forze, prendiamo rifugio nella forza e nella grazia che agiscono tramite il Nome Divino. L'invocazione ripetuta ci aiuta a "lasciar andare" e a distaccarci dal continuo chiacchierio dei nostri "logismi". Concentriamo ed unifichiamo la nostra mente, continuamente attiva, nutrendola con una dieta spirituale che è ad un tempo ricca eppur estremamente semplice. "Per fermare il continuo ribollire dei nostri pensieri" dice il vescovo Teofane "dovete legare la mente con un pensiero, o con il pensiero di uno solo - il pensiero del Signore Gesù".
S. Diadoco di Foticea (V sec.) afferma: "Quando abbiamo bloccato tutte le uscite della mente per mezzo del ricordo di Dio, allora essa ci richiede ad ogni costo qualche impegno che soddisfi il suo bisogno di attività. Diamole allora, come sola attività il Signore Gesù".
Tale in generale è il modo in cui la "preghiera di Gesù" può essere usata per stabilire l'esychia all'interno del cuore. Ne derivano due importanti conseguenze. Prima, per conseguire il suo proposito l'invocazione dovrebbe essere ritmica e regolare, e nel caso di un esicasta d'esperienza provata (ma non di un principiante che deve procedere con cautela) dovrebbe essere ininterrotta e continua per quanto è possibile. Aiuti esterni, come l'uso del comvoschini (= una specie di "rosario" ortodosso) e il controllo del respiro, hanno come loro principale scopo precisamente di stabilire questo ritmo regolare. In secondo luogo, durante la recitazione della "preghiera di Gesù", la mente dovrebbe essere vuota d'immagini mentali, per quanto ciò è possibile. Perciò è meglio praticare la preghiera in un luogo dove vi siano rari rumori o nessuno del tutto; dovrebbe essere recitata nell'oscurità o con gli occhi chiusi, piuttosto che di fronte ad un'icona illuminata da candele o da lampada votiva.
Lo starets Silvano del Monte Athos (1866-1938), quando diceva la preghiera usava riporre l'orologio nell'armadio per non udire il ticchettio, e poi si tirava sugli occhi e le orecchie il suo spesso cappuccio monacale. Anche se immagini visive sorgeranno inevitabilmente quando preghiamo, non per questo debbono essere deliberatamente incoraggiate.
"La preghiera di Gesù" non è una forma di meditazione discorsiva sugli eventi della vita di Cristo. Quelli che invocano il Signore Gesù dovrebbero avere in cuore un'intensa e bruciante convinzione che essi stanno nella immediata presenza del Salvatore, che egli è di fronte e dentro di loro, che egli sta ascoltando la loro invocazione e rispondendo a sua volta. Tale consapevolezza della presenza di Dio non dovrebbe comunque essere accompagnata da alcuna immagine visiva, ma confinata a una semplice sensazione o convinzione; come dice S. Gregorio di Nissa ( + 395) "lo Sposo è presente, ma non è visibile".

III. PREGHIERA E AZIONE
Esychia, dunque, implica una separazione dal mondo - separazione esteriore oppure interiore, e talvolta entrambe: esteriore per mezzo della fuga nel deserto; interiore attraverso il "ritorno in sé" e il "mettere da parte i pensieri". Per citare i "Detti dei Padri del deserto": "A meno che uno non dica nel suo cuore: io solo e Dio siamo nel mondo, non troverà riposo". "Da solo al Solo". Ma non è forse ciò egoistico, un rifiutare il valore spirituale della creazione materiale ed un evadere le proprie responsabilità verso i propri simili? Quando l'esicasta chiude gli occhi e le orecchie al mondo esterno, come faceva Silvano nella sua cella al monte Athos, quale servizio positivo e pratico sta egli rendendo al suo prossimo?
Consideriamo questo problema sotto due principali punti di vista. In primo luogo: l'esicaismo è colpevole delle stesse distorsioni di cui fu colpevole il quietismo nell'occidente del XVII sec.? Finora si è deliberatamente evitato di tradurre "esychia" con "quiete" a causa del significato sospetto connesso al termine "quietista". L'esicasta non si trova in pratica a sostenete posizioni analoghe a quelle quietiste? In secondo luogo, qual'è l'attitudine dell'esicasta rispetto al suo ambiente fisico e umano? Di che utilità è agli altri?
Il principio fondamentale del quietismo - è stato detto - è la condanna di ogni sforzo umano. Secondo i quietisti, l'uomo per essere perfetto, deve ottenere una completa passività e annichilazione della volontà, abbandonandosi a Dio, a tal punto, da non curarsi né di cielo, né d'inferno, né della propria salvezza. L'anima rifiuta coscientemente non solo tutte le meditazioni discorsive, ma anche ogni atto distinto quale il desiderio per la virtù, l'amore di Cristo, l'adorazione delle persone divine, per restare semplicemente nella presenza di Dio in pura fede. Una volta che si sia conseguito l'apice della perfezione il peccato è impossibile. Se questo è il quietismo, la tradizione esicasta è decisamente non quietista. Esychia significa non passività ma vigilanza, "non l'assenza di lotta ma l'assenza di incertezza e confusione". Anche qualora un esicasta sia avanzato al livello della "Theoria" o contemplazione, egli non deve desistere dall'impegno della "praxis" o azione, cercando con sforzo positivo di acquistare virtù e rigettare il vizio. Praxis e theoria, la vita attiva e la contemplativa, nel senso definito più sopra, non dovrebbero essere considerate come alternative, né come due stadi, cronologicamente successivi, l'uno cessante quando l'altro inizia; ma piuttosto come due livelli d'esperienza spirituale interpenetrantesi e presenti simultaneamente nella vita di preghiera. Ciascuno deve lottare al livello della praxis fino al termine della vita. Questo è il chiaro insegnamento di S. Antonio d'Egitto: "Il compito principale dell'uomo è d'essere memore dei suoi peccati al cospetto di Dio, e di aspettarsi tentazioni fino all'ultimo respiro. Chi siede nel deserto da esicasta ha sfuggito tre guerre: udire, parlare, vedere; ma c'è una cosa che deve continuamente combattere - la battaglia che è dentro il suo cuore".
È vero che l'esicasta come il quietista, non usa la meditazione discorsiva nella sua preghiera, ma sebbene l'esychia comporti un "lasciare andare" o un "mettere da parte i pensieri e immagini", ciò non implica da parte dell'esicasta un atteggiamento di "completa passività", né l' assenza di "ogni atto distinto quale... l'amore di Cristo". Il "lasciare andare" del male o dei logismi banali, durante la ripetizione della "preghiera di Gesù", e la loro sostituzione con l'unico pensiero del Nome, non è passività, ma un modo positivo in sé stesso per controllare i pensieri. L'invocazione del nome è certamente una forma del "restare in presenza di Dio in pura fede", ma allo stesso tempo è contrassegnata da un attivo amore per il Salvatore e da un'acuta nostalgia di condividere ancora più pienamente la vita divina. I lettori della Filocalia non possono non restare colpiti dall'ardore di devozione mostrato da autori esicasti, dal senso di immediata e personale amicizia per il "mio Gesù".
A differenza del quietista, l'esicasta non fa alcuna dichiarazione d'essere senza peccato o immune da tentazioni. L'apatheia o "indifferenza", di cui parlano i testi ascetici Greci, non è uno stato di disinteresse passivo o di insensibilità, e ancor meno una condizione in cui sia impossibile peccare.
"Apatheia" dice S. Isacco di Siria: "Non consiste nel non sentire più le passioni, ma nel non accettarlè". Come insiste S. Antonio, l'uomo deve "aspettarsi tentazioni fino all'ultimo respiro" e con le tentazioni c'è sempre la genuina possibilità di cadere nel peccato. "Le passioni restano vive" dice abba Abraham "ma son legate dai santi". Quando un anziano afferma: "Sono morto al mondo" il vicino replica gentilmente "Non essere così fiducioso, fratello, finché non hai lasciato il corpo. Tu puoi dire: ' Sono morto ' ma Satana non è morto". Negli scrittori Greci a partire da Evagrio, apatheia è strettamente connessa con l'amore, ciò indica il contenuto dinamico e positivo del termine. Nella sua essenza fondamentale è uno stato di libertà spirituale, in cui l'uomo è capace di levarsi verso Dio con desiderio ardente. Non è una mera mortificazione delle passioni fisiche del corpo, ma la sua nuova e rinnovata energia; è uno stato dell'anima in cui l'ardente amore per Dio e per l'uomo non lascia spazio per passioni egoistiche e animalesche.
A denotare il suo carattere dinamico, S. Diadoco usa la frase espressiva: "Il fuoco dell'apatheia". Tutto ciò a dimostrare l'abisso tra esicasmo e quietismo. Per venire ora alla seconda questione: dato per scontato che la tradizione esicasta di preghiera non è "quietista", in un senso sospetto ed eretico, fino a che punto essa è negativa nei confronti del mondo materiale e antisociale nel suo rapporto con gli altri?
Questo dubbio può essere illustrato da una storia dei "Detti" su tre amici che divennero monaci. Il primo adotta come lavoro ascetico il compito di rappacificatore, cercando di riconciliare coloro che ricorrono alla legge l'uno contro l'altro. Il secondo cura gli ammalati ed il terzo va nel deserto. Dopo un certo tempo, i primi due diventano completamente logorati e scoraggiati. Per quanto duramente combattano, essi sono fisicamente e spiritualmente incapaci di fronteggiare tutte le richieste a loro poste. Prossimi alla disperazione, vanno dal terzo monaco, l'eremita, e gli dicono i loro affanni. Dapprima egli sta in silenzio; poi versa acqua in una ciotola e dice: "guardate". L'acqua è torbida e turbolenta. Attendono alcuni minuti. L'eremita dice "guardate ancora". Il sedimento è affondato e l'acqua interamente chiara; essi possono vedere i propri volti come in uno specchio. "Questo è ciò che avviene - dice l'eremita - a chi vive tra gli uomini: a causa della turbolenza non vede i suoi peccati, ma quando ha imparato la quiete, soprattutto nel deserto, riconosce le proprie colpe". Così finisce la storia. Non ci è detto come i primi due monaci abbiano applicato la parabola dell'eremita; forse saranno ritornati nel mondo portando dentro di sé qualcosa dell'esychia del deserto. In questo caso, le parole del terzo monaco sarebbero interpretate nel significato che l'azione sociale, di per sé stessa, non è sufficiente, se non c'è un centro immobile nel mezzo della tempesta. Se uno, pur nel mezzo delle sue attività, non preserva una stanza segreta nel cuore dove restare solo davanti a Dio, perde ogni senso di direzione spirituale e vien fatto a pezzi.
Senza dubbio questa è la morale che molti lettori del XX sec. sarebbero propensi a trarre: tutti dobbiamo, in una certa misura, essere eremiti del cuore. Ma era questa l'intenzione originale della storia? Probabilmente no. Molto più facilmente essa fu intesa come propaganda in favore della vita eremitica nel senso più letterale e geografico. E ciò solleva subito l'intero problema dell'apparente egoismo e negatività di questo tipo di preghiera contemplativa. Qual è, allora, la vera relazione dell'esicasta con la società? Deve essere immediatamente ammesso che, similmente al movimento esicasta del XIV sec., nella rinascenza esicasta del XVIII sec., e nella Ortodossia contemporanea i centri principali di preghiera esicasta sono stati i piccoli sketes, gli eremitaggi che accolgono solo un minuscolo gruppo di fratelli, viventi come una piccola famiglia monastica strettamente integrata, nascosta dal mondo. Molti autori esicasti esprimono una preferenza definita per lo "skete" nei confronti dei cenobi completamente organizzati, la vita in una grande comunità è considerata troppo distraente per la pratica intensiva della preghiera interiore. Pure, anche se l'ambiente esterno dello "skete", considerato come ideale, pochi arriverebbero al punto di affermare che esso gode un monopolio esclusivo. Sempre il criterio è quello non della condizione esteriore ma del suo stato interiore. Certe condizioni esterne possono risultare più favorevoli di altre per il silenzio interiore; ma non c'è alcuna situazione di sorta che renda il silenzio interiore del tutto impossibile.
S. Gregorio del Sinai, come abbiamo visto rimanda il suo discepolo Isidoro nel mondo; molti dei suoi compagni più vicini del monte Athos e del deserto di Paroria divennero patriarchi e vescovi, capi e amministratori della Chiesa.
S. Gregorio Palamas, insegnò che la preghiera continua è possibile per ogni cristiano; concluse egli stesso la sua vita come arcivescovo. Il laico Nicola Cabasilas (XIV sec.) servitore civile e cortigiano, amico di molti celebri esicasti, afferma con grande enfasi: "Ciascuno dovrebbe mantenere la propria arte o professione. Il generale dovrebbe continuare a comandare, il contadino a lavorare la terra, l'artigiano a praticare la sua arte. E vi dirò perché: non è necessario ritirarsi nel deserto, prendere cibo senza sapore, cambiare d'abito, compromettere la propria salute, o fare in genere cose non sagge, perché è del tutto possibile rimanere nella propria casa senza abbandonare tutto ciò che si ha, eppure praticare la meditazione continua".
Nello stesso spirito, Simeone il nuovo teologo insiste che la "vita più alta" è lo stato a cui Dio chiama ciascuno personalmente: "Molti considerano la vita eremitica come la più beata, altri la vita in una comunità monastica, oppure il lavoro di governo, di istruzione o di educazione o d'amministrazione della chiesa... Da parte mia, comunque, non porrei nessuno di questi modi di vita sopra gli altri, né loderei l'uno a scapito degli altri. Ma in ogni situazione è la vita per Dio ed in accordo a Dio che è veramente beata". La via dell'esychia è dunque aperta a tutti: l'unica cosa necessaria è il silenzio interiore non esteriore. E sebbene questo silenzio interiore presupponga il "mettere da parte" le immagini nella preghiera, l'effetto finale di questa negazione è l'asserzione vivida del valore ultimo di tutte le cose e di tutte le persone in Dio. La via della negazione è contemporaneamente la via della superaffermazione. Ciò risulta molto dalla "Via del pellegrino". L'anonimo russo che è l'eroe del racconto trova che la costante ripetizione della "preghiera di Gesù" trasfigura la sua relazione con la creazione materiale, cambiando tutte le cose in un sacramento della presenza di Dio e rendendole trasparenti. "Quando... pregavo con tutto il mio cuore" egli scrive "tutto attorno a me sembrava delizioso e meraviglioso. Gli alberi, l'erba, gli uccelli, la terra, l'aria, la luce sembravano volermi dire che esistevano per amore dell'uomo, che testimoniavano l'amore di Dio per l'uomo, che tutto provava l'amore di Dio per l'uomo, che tutto pregava a Dio e cantava la sua lode. Così arrivai a capire quello che la Filocalia chiama: la conoscenza del linguaggio di ogni creatura ... sentii un ardente amore per Gesù Cristo e per tutte le creature di Dio". Analogamente l'invocazione del Nome trasforma la relazione del pellegrino con i suoi simili "... ripartii per il mio pellegrinaggio. Ma ora non camminavo più come prima, pieno di preoccupazioni. L'invocazione del nome di Gesù rallegrava il mio cammino. Tutti erano gentili con me era come se ciascuno mi amasse... se qualcuno mi fa del male, mi basta pensare 'come è dolce la preghiera di Gesù' e l'offesa e la rabbia svaniscono e dimentico tutto". Un 'ulteriore evidenza della natura affermativa dell'esychia rispetto al mondo, è da trovarsi nella posizione centrale data dagli esicasti al mistero della trasfigurazione. Il metropolita Antony Bloom dà una impressionante descrizione delle due icone della trasfigurazione che vide a Mosca, una di Andrei Rublev e l'altra di Teofane il greco: "L'icona di Rublev mostra Cristo nello splendore delle sue abbaglianti vesti bianche che illuminano tutto ciò che è attorno. Questa luce cade sui discepoli, sulle montagne e le pietre, su ogni filo d'erba. In questa luce, che è... la Gloria divina, la luce divina stessa inseparabile da Dio, tutte le cose acquistano una intensità di essere che non potrebbero altrimenti avere; in essa raggiungono una pienezza di realtà che è possibile avere solo in Dio". Nell'altra icona "le vesti di Cristo sono argentate dai riflessi blu, e i raggi di luce che emanano attorno sono pure bianchi argento e blu. Tutto dà un'impressione di minore intensità. Poi si scopre che tutti questi raggi di luce che cadono dalla presenza divina... non danno rilievo ma trasparenza alle cose. Si ha l'impressione che questi raggi di luce divina tocchino le cose o affondino in esse, le penetrino, tocchino qualcosa dentro di esse cosicché dal nucleo delle cose, di tutte le cose create, la stessa luce riflette e risplende come se la vita divina accrescesse le capacità e potenzialità di ogni cosa e le facesse tutte tendere verso se stessa. A questo punto la situazione escatologica è realizzata nelle parole di S. Paolo "Dio è tutto in tutto". Tale è il duplice effetto della "Gloria" della trasfigurazione: di far risaltare ogni cosa e ogni persona in perfetta distinzione, nella sua essenza, unica e irripetibile; e allo stesso tempo di rendere ogni cosa e ogni persona trasparenti, da rivelare la presenza divina al di là e dentro di loro.
Lo stesso duplice effetto è prodotto dall'esychia. La preghiera del silenzio interiore non è negativa rispetto al mondo, ma anzi gli dà risalto. Permette all'esicasta di guardare al di là del mondo verso l'invisibile creatore; e in questo modo gli permette di ritornare al mondo e di vederlo con occhi nuovi. Viaggiare, è stato spesso detto, è ritornare al punto di partenza e vedere di nuovo la nostra casa, come per la prima volta. Ciò è vero del viaggio della preghiera come anche di altri viaggi. L'esicasta può apprezzare il valore di ogni cosa più del sensuale o del materialista, perché vede ciascuna in Dio e Dio in ciascuna.
Non è per caso che nella controversia Palamita del XIV sec., San Gregorio ed i suoi sostenitori esicasti erano impegnati a difendere precisamente le potenzialità spirituali della creazione materiale ed in particolare il corpo fisico dell'uomo. Tale, in breve, è la risposta a quelli che vedono l'esicasmo come negativo e dualista nel suo atteggiamento verso il mondo. L'esicasta nega per riaffermare; si ritira per ritornare. Con una frase che riassume la relazione tra esicasta e società, tra preghiera interiore ed azione esteriore, Evagrio Pontico dice: "Monaco è chi è da tutto separato e a tutto unito". L'esicasta opera un atto di separazione esternamente, ritirandosi in solitudine; interiormente "mettendo da parte i pensieri". Eppure l'effetto di questa fuga è di congiungerlo agli uomini più intimamente di prima, di farlo più profondamente sensibile ai bisogni altrui, più acutamente consapevole delle loro possibilità nascoste. Ciò è visibile con maggior evidenza nel caso dei grandi "startsi". Uomini come S. Antonio d'Egitto e S. Serafino di Sarov vissero per decenni in silenzio totale ed isolamento fisico. Eppure l'effetto ultimo di tale isolamento fu di conferir loro chiarezza di visione ed eccezionale compassione.
Proprio perché avevano imparato ad essere soli, potevano identificarsi istintivamente con gli altri. Potevano discernere immediatamente le caratteristiche profonde di ogni uomo e forse parlare con due o tre sole frasi, ma quelle poche parole erano la sola cosa che, in quella particolare occasione, si doveva dire. S. Isacco dice che è meglio acquistare purezza di cuore che convertire intere nazioni di pagani. Non è che egli disprezzi il lavoro di apostolato, ma vuol dire che finché non si sia ottenuta una certa misura di silenzio interiore, è improbabile che si converta qualcuno a qualsiasi cosa. Questo è reso meno paradossalmente da Ammonas discepolo di Antonio (IV sec.): "Perché essi avevano prima praticato profonda esychia, essi possedettero il potere di Dio abitante in loro; e poi Dio li mandò in mezzo agli uomini".
E anche se molti solitari non sono mai, in pratica, rimandati al mondo come apostoli o startsi, ma continuano la pratica di silenzio interiore per tutta la vita, completamente sconosciuta agli altri, ciò non significa che la loro nascosta contemplazione sia inutile e la loro vita sprecata. Essi servono la società non con lavori attivi, ma con la preghiera; non con ciò che fanno, ma con ciò che sono, non esternamente ma esistenzialmente. Essi possono dire con le parole di S. Macario di Alessandria: "Sto a guardia delle mura".
Archimandrita Kallistos
da "Sobornost" N ° 3- 19
VEDERE ANCHE:

de:esicasmo.it

domingo, 3 de abril de 2011

Comment faire naître l'esprit de prière ? par le saint évêque Théophane le Reclus

 Pages de la prière
Comment faire naître l'esprit de prière ?
par le saint évêque Théophane le Reclus
Fresque de saint Théophane le Reclus


Dans la vie chrétienne, la prière tient la première place. La prière, c’est le souffle de l’esprit. Là où est la prière, l’esprit vit ; s’il n’y a pas de prière, l’esprit est sans vie.
Se tenir devant une icône et se prosterner, n’est pas la prière, ce n’en est qu’un attribut. Dire des prières, de mémoire, ou les lisant, ou les écoutant – n’est pas encore prier, c’est seulement un moyen de découverte et d’éveil. La prière elle-même consiste en l’apparition dans notre cœur d’une succession de sentiments pieux, dirigés l’un après l’autre vers Dieu : sentiments de notre propre indignité, de dévotion, de reconnaissance, de glorification, de supplique, de contrition, de prosternation ardente, et autres.
Tout notre souci doit être là : emplir notre âme de tous ces sentiments et de ceux qui leur sont identiques, afin que le cœur ne reste pas vide. Lorsque tous ces sentiments ou l’un d’entre eux s’y trouvent, et s’élancent vers Dieu, notre oraison est alors prière, sinon elle ne l’est pas encore.
La prière, ou élan du cœur vers Dieu, doit être stimulée et affermie ou, ce qui revient au même, il faut éduquer en nous-mêmes l’esprit de prière.
Le premier procédé pour cela est la lecture ou l’écoute de nos prières. Lis, ou écoute avec attention, et en toute certitude, tu éveilleras et conforteras la montée de la prière de ton cœur vers Dieu, c’est-à-dire que tu en pénétreras l’esprit.
Dans les prières des Pères saints, une force puissante est en mouvement, et celui qui s’y introduira en déployant toute son attention et sa persévérance la goûtera sans doute aucun, par la loi de l’interaction, dans la mesure où il aura approché du contenu de cette prière son propre état d’esprit. Pour que nos prières soient un réel moyen d’éduquer cette disposition, il est indispensable de les accomplir de telle sorte que la pensée et le cœur en accueillent le contenu.
Voici, dans ce but, trois procédés des plus simples : ne commence pas tes prières sans t’y être d’abord préparé comme il se doit ; ne prie pas n’importe comment, mais avec attention et sentiment ; et à la fin, ne reprends pas immédiatement tes occupations.
Préparation à la prière
Lorsque tu te disposes à prier, quel que soit le moment choisi, reste d’abord un peu tranquille, assieds-toi ou fais quelques pas et efforce-toi alors de libérer ta pensée de toute préoccupation ou objet d’ici-bas. Puis, réfléchis : Quel est celui à qui tu vas t’adresser dans ta prière, et qui tu es, toi qui dois maintenant la lui adresser ; et éveille en ton âme le sentiment approprié, celui d’abnégation et de crainte pieuse en la présence de Dieu au dedans du cœur. Voilà en quoi consiste cette préparation minime, mais d’importante signification : se maintenir avec piété devant Dieu dans le cœur.
C’est là le début de la prière, et un bon début, c’est déjà la moitié de l’entreprise accomplie.
Observance de la prière – Les prières lues
T’étant ainsi préparé intérieurement, place-toi devant l’icône, signe-toi, fais une prosternation, et commence tes prières habituelles. Lis sans hâte, pénètre chaque mot, amène jusqu’au cœur le sens de chaque parole, et accompagne tout cela de prosternations, en te signant. Cette lecture fructueuse de la prière est agréable à Dieu. Approfondis chaque parole et introduis sa pensée jusqu’au cœur, autrement dit : comprends ce que tu lis, et ressens-le. Tu lis : « Purifie-moi de toute souillure » (Ps 50), ressens le mal qui est en toi, désire la pureté, et dans une totale espérance, demande-la au Seigneur. Tu lis : « Que ta volonté soit faite », et dans ton cœur remets complètement ton destin au Seigneur, étant totalement prêt à accueillir de bon gré tout ce qu’il t’enverra. Tu lis : « Remets-nous nos dettes, comme nous les remettons à nos débiteurs », et en ton âme, pardonne tout à tous, et demande alors son pardon au Seigneur pour toi. Si tu agis ainsi pour chaque verset de ta prière, tu auras trouvé l’oraison appropriée. Et pour l’accomplir au mieux précisément de cette façon, voici ce qu’il faut faire :
1) Aie une certaine règle de prières, pas trop longue, afin de pouvoir l’accomplir sans hâte, malgré tes occupations habituelles.
2) Dans tes temps libres, lis attentivement les prières de ta règle, pour en comprendre chaque mot et le ressentir, afin de connaître d’avance ce que tu dois produire en ton âme et en ton cœur à telle ou telle parole, afin que cela te soit facile de le réaliser et de l’éprouver au moment de l’oraison.
3) Si, au moment de la prière, ta pensée s’envole vers d’autres objets, efforce-toi de rester attentif, et ramène-la sur l’objectif de la prière ; elle s’enfuit à nouveau, ramène-la à nouveau : répète la lecture, tant que tu n’en auras pas compris et ressenti chaque mot. C’est ainsi que tu déshabitueras ta pensée de la dispersion lorsque tu pries.
4) Si une parole de la prière exerce un effet puissant sur ton âme : arrête-toi dessus et ne lis pas plus loin ; reste sur ce passage, dans l’attention et le sentiment, nourris-en ton âme, ou les pensées qu’elle produira, et ne détruis pas cet état, tant qu’il ne disparaîtra pas de lui-même : c’est le signe que l’esprit de prière commence à faire son nid en toi, et cet état est le moyen le plus sûr d’éduquer et d’affermir cet esprit.
Après la prière
Lorsque tu auras terminé ton oraison, ne passe pas aussitôt à quelque autre occupation, mais à nouveau, reste tranquille un moment et réfléchis à ce que tu viens d’accomplir et à ce à quoi cela t’engage, sauvegardant tout particulièrement, après la prière, ce qui a eu sur toi un effet marquant. La nature même de la prière est telle que si tu as bien prié, comme il se doit, tu n’auras pas rapidement envie de te soucier des affaires : celui qui aura goûté au miel ne voudra pas du fiel ; goûter à cette douceur de la prière est le but même de l’oraison et, en goûtant à cette douceur dans l’oraison, l’esprit de prière s’éduque.
Si tu te tiens à ces quelques principes, tu verras rapidement le fruit de tes efforts. Toute oraison laisse dans l’âme une trace de la prière ; sa poursuite fidèle avec la même méthode l’enracinera, et la persévérance dans l’effort y greffera alors l’esprit de prière.
Voilà le début, le premier moyen d’éduquer en nous cet esprit de prière ! Il est conforme à sa destination, l’accomplissement de nos prières. Mais ce n’est pas encore tout, ceci n’est que le début de la science de la prière. Il faut aller plus loin.
Aller plus loin : La prière personnelle
Nous étant habitués par l’esprit et le cœur à nous adresser à Dieu avec une aide extérieure, les livres de prières, il est ensuite indispensable de s’essayer à sa propre montée vers Dieu, d’arriver à ce que l’âme elle-même, par un discours pour ainsi dire personnel, entre dans un entretien de prières avec Dieu, se transporte elle-même vers lui, s’ouvre à lui, lui confesse son état, et ce qu’elle désire. Et il faut le lui apprendre. Comment réussir dans cette science ?
Certes l’habitude de prier, avec piété, attention et sensibilité, à l’aide du livre de prières, y amène, car la prière personnelle, emplie de sentiments saints par le livre de prières, commencera à s’arracher d’elle-même du cœur, pour aller vers Dieu. Cependant, il existe aussi pour cela des méthodes particulières qui amènent à la réussite nécessaire de la prière.
Première méthode : l’enseignement qui conduit l’âme à s’adresser fréquemment à Dieu est la « pensée en Dieu », ou réflexion pieuse sur les propriétés et actions divines – bienveillance, justice, sagesse, omnipotence, omniprésence, omniscience – sur la création et la providence, le salut en Jésus Christ, sur la grâce et la parole de Dieu, les saints mystères, le royaume céleste. Quel que soit celui de ces sujets sur lequel tu commenceras à méditer, il emplira sans faute l’âme d’un sentiment de piété envers Dieu : il propulse tout droit vers Dieu l’être entier, c’est pourquoi c’est le moyen le plus direct pour habituer l’âme à s’élancer vers Dieu.
Lorsque tu auras terminé tes prières, surtout le matin, assieds-toi, et commence la méditation : aujourd’hui sur l’une, demain sur l’autre des propriétés et actions de Dieu, et amène ton âme à la prédisposition correspondante. Dis, avec saint Dimitri de Rostov : « Viens, sainte pensée en Dieu, et plongeons-nous dans la méditation sur les grandes œuvres de Dieu ». Permets ainsi à ton cœur de s’émouvoir et tu commenceras à épancher ton âme dans la prière. Ce n’est pas un gros effort, mais il donne beaucoup de fruits. Il y faut seulement le désir et le zèle. Commence, par exemple, à réfléchir sur la bienveillance divine et tu te verras entouré des effets corporels et spirituels de la miséricorde divine, et, plein de reconnaissance, tu te prosterneras devant Dieu ; médite sur son omniprésence et tu découvriras que tu es partout devant lui et qu’il est devant toi, et il te sera impossible de ne pas ressentir une crainte pieuse ; médite sur la vérité de Dieu, tu seras alors convaincu qu’aucune mauvaise action ne restera impunie, et tu te disposeras, à coup sûr, à te purifier de tes péchés devant Dieu d’un cœur contrit, dans le repentir ; réfléchis à l’omniscience divine : tu reconnaîtras que rien de ce qui est en toi n’échappe à l’œil de Dieu, et tu décideras sûrement d’être sévère envers toi-même et attentif en tout, afin de ne pas irriter Dieu, qui voit tout.
La deuxième méthode pour éduquer l’âme à fréquemment invoquer Dieu est de dédier toute entreprise, grande ou petite, à sa gloire ; car si nous prenons pour règle, selon l’Apôtre (1 Co 10, 31), de tout faire, même manger et boire, à la gloire de Dieu, alors il est certain que chaque fois, non seulement nous nous souviendrons de Dieu, mais nous ferons attention, en toute circonstance, de ne pas agir mal et de ne pas irriter Dieu par quelque action. Cela nous obligera à nous adresser à lui avec crainte et à Le prier de nous aider et de nous éclairer. Et comme nous sommes presque sans arrêt en activité, nous adresserons presque sans arrêt des prières à Dieu, et nous nous exercerons donc presque sans arrêt à l’élévation priante de notre âme vers Dieu. Ainsi nous apprendrons à notre âme à s’adresser le plus souvent possible à lui au cours d’une journée.
La troisième méthode d’éducation de notre âme est de l’habituer à faire appel à Dieu à partir du cœur, par des paroles courtes, selon les besoins de l’âme et les occupations. Tu commences quelque chose, dis : « Bénis, Seigneur ! » Tu as terminé, dis, non seulement par la langue, mais avec le cœur : « Gloire à toi, Seigneur ! » Une mauvaise passion apparaît, dis : « Sauve-moi, Seigneur, je péris ! » Une foule de pensées mauvaises t’envahit, appelle : « Tire mon âme de sa prison ! » Un mensonge apparaît dans une affaire et le péché t’y attire, prie : « Guide-moi, Seigneur, sur la route » ; ou : « Ne laisse pas mon pied chanceler ». Les péchés te pèsent et t’amènent au désespoir, appelle par la voix du publicain : « Seigneur, aie pitié de moi ! » Et ainsi en toute circonstance. Ou bien, dis plus souvent : « Seigneur, aie pitié ! Mère de Dieu Souveraine, sauve-moi ! Ange, mon saint gardien, défends-moi ! » ; ou appelle par quelque autre parole. Seulement, autant que possible, appelle plus souvent, t’efforçant surtout à ce que ces appels viennent du cœur, comme s’ils jaillissaient hors de lui. Faisant ainsi, nous aurons de fréquentes élévations spirituelles du cœur vers Dieu, des appels fréquents à lui, et une prière fréquente, et cette fréquence nous inculquera l’habitude de l’entretien spirituel avec Dieu.
Ainsi donc, outre la règle de prières, l’apprentissage de l’élévation de l’âme vers Dieu par la prière comporte aussi les trois pratiques nous amenant à l’esprit de prière : laisser du temps le matin à la méditation de Dieu ; œuvrer en tout pour la Gloire de Dieu ; et s’adresser à Dieu souvent, par des appels courts. Lorsque la méditation de Dieu matinale aura été bonne, elle préservera une disposition profonde de l’esprit à penser à Dieu. Cette pensée en Dieu obligera l’âme à accomplir tout acte, intérieur ou extérieur, avec prudence et pour la gloire de Dieu. Et l’une et l’autre la mettront dans une situation qui lui fera faire souvent de courts appels à Dieu. Ces trois choses – méditation de Dieu, toute œuvre pour la gloire de Dieu et invocations fréquentes – sont les armes les plus efficaces pour la prière spirituelle du cœur. Chacune d’elles élève l’âme vers Dieu. S’étant arrachée de la terre, celle-ci entrera dans son domaine et vivra avec délice dans les hauteurs ; ici, par le cœur et la pensée ; et, là-haut, elle se sera essentiellement rendue digne de se tenir devant la Face de Dieu.
Théophane le Reclus, Lettre 227.
Traduit du russe par N.M. Tikhomirova.

http://www.pagesorthodoxes.net/priere/priere-theophane.htm

sábado, 2 de abril de 2011

INTRODUCTION TO THE JESUS PRAYER by H.R.H. Princess Ileana of Romania

 

Lord Jesus Christ, Son of God, have mercy upon me, a sinner.
I have often read the Jesus Prayer in prayer books and heard it in church, but my attention was drawn to it first some years ago in Romania. There in a small Monastery of Sâmbata, tucked away at the foot of the Carpathians in the heart of the deep forest, its little white church reflected in a crystal-clear mountain pond, I met a monk who practiced the "prayer of the heart". Profound peace and silence reigned at Sâmbata in those days; it was a place of rest and strength—I pray God it still is.
I have wandered far since I last saw Sâmbata, and all the while the Jesus Prayer lay as a pre­cious gift buried in my heart. It remained inactive until a few years ago, when I read The Way of a Pilgrim. Since then I have been seeking to practice it continually. At times I lapse; nonetheless, the prayer has opened unbelievable vistas within my heart and soul.
The Jesus Prayer, or the Prayer of the Heart, centers on the Holy Name itself. It may be said in its entirety: "Lord Jesus Christ, Son of God, have mercy upon me, a sinner;" it may be changed to "us sinners" or to other persons named, or it may be shortened. The power lies in the name of Jesus; thus "Jesus," alone, may fulfill the whole need of the one who prays.
The Prayer goes back to the New Testament and has had a long, traditional use. The method of contemplation based upon the Holy Name is attributed to St. Simeon, called the "New Theologian" (949-1022). When he was 14 years old, St. Simeon had a vision of heavenly light in which he seemed to be separated from his body. Amazed, and overcome with an overpowering joy, he felt a consuming humility, and cried, borrowing the Publican's prayer (Luke 18:13), "Lord Jesus, have mercy upon me." Long after the vision had disappeared, the great joy returned to St. Simeon each time he repeated the prayer; and he taught his disciples to worship likewise. The prayer evolved into its expanded form: "Lord Jesus Christ, Son of God, have mercy upon me, a sinner." In this guise it has come down to us from generation to generation of pious monks and laymen.
The invocation of the Holy Name is not peculiar to the Orthodox Church but is used by Roman Catholics, Anglicans, and Protestants, though to a lesser degree. On Mount Sinai and Athos the monks worked out a whole system of contemplation based upon this simple prayer, practiced in complete silence. These monks came to be known as "Quietists" (in Greek: "Hesychasts").
St. Gregory Palamas (1296-1359), the last of the great Church Fathers, became the exponent of the Hesychasts. He won, after a long drawn out battle, an irrefutable place for the Jesus Prayer and the Quietists within the Church. In the 18th century when tsardom hampered monasticism in Russia, and the Turks crushed Orthodoxy in Greece, the Neamtzu monastery in Moldavia (Romania) became one of the great centers for the Jesus Prayer.
The Prayer is held to be so outstandingly spiritual because it is focused wholly on Jesus: all thoughts, striving, hope, faith and love are outpoured in devotion to God the Son. It fulfills two basic injunctions of the New Testament. In one, Jesus said: "I say unto you, Whatsoever ye shall ask the Father in my name, he will give it you. Hitherto have ye asked nothing in my name: ask, and ye shall receive, that your joy may be full" (John 16: 23, 24). In the other precept we find St. Paul's injunction to pray without ceasing, (1. Thess. 5:17). Further, it follows Jesus' instructions upon how to pray (which He gave at the same time He taught His followers the Lord's Prayer): "When thou prayest, enter into thy closet, and when thou hast shut thy door, pray to thy Father which is in secret; and thy Father which seeth in secret shall reward thee openly" (Matt. 6:6).
And Jesus taught that all impetus, good and bad, originates in men's hearts. "A good man out of the good treasure of his heart bringeth forth that which is good; and an evil man out of the evil treasure of his heart bringeth forth that which is evil: for of the abundance of the heart his mouth speaketh" (Luke 6:45).
Upon these and many other precepts of the New Testament as well as the Old, the Holy Fathers, even before St. Simeon, based their fervent and simple prayer. They developed a method of contemplation in which unceasing prayer became as natural as breathing, following the rhythmic cadence of the heart beat.
All roads that lead to God are beset with pitfalls because the enemy (Satan) ever lies in wait to trip us up. He naturally attacks most assiduously when we are bent on finding our way to salvation, for that is what he most strives to hinder. In mystical prayer the temptations we encounter exceed all others in danger; because our thoughts are on a higher level, the allurements are proportionally subtler. Someone said that "mysticism started in mist and ended in schism"; this cynical remark, spoken by an unbeliever, has a certain truth in it. Mysticism is of real spiritual value only when it is practiced with absolute sobriety.
At one time a controversy arose concerning certain Quietists who fell into excessive acts of piety and fasting because they lost the sense of moderation upon which our Church lays so great a value. We need not dwell upon misuses of the Jesus Prayer, except to realize that all exaggerations are harmful and that we should at all times use self-restraint. "Practice of the Jesus Prayer is the traditional fulfillment of the injunction of the Apostle Paul to 'pray always:' it has nothing to do with the mysticism which is the heritage of pagan ancestry."
The Orthodox Church is full of deep mystic life which she guards and encompasses with the strength of her traditional rules; thus her mystics seldom go astray. "The 'ascetical life' is a life in which 'acquired' virtues, i.e. virtues resulting from a personal effort, only accompanied by that general grace which God grants to every good will, prevail. The 'mystical life' is a life in which the gifts of the Holy Spirit are predominant over human efforts, and in which 'infused' virtues are predominant over the 'acquired' ones; the soul has become more passive than active. Let us use a classical com­parison. Between the ascetic life, that is, the life in which human action predominates, and the mystical life, that is, the life in which God's action predominates, there is the same difference as between rowing a boat and sailing it; the oar is the ascetic effort, the sail is the mystical passivity which is unfurled to catch the divine wind." The Jesus Prayer is the core of mystical prayer, and it can be used by anyone, at any time. There is nothing mysterious about this (let us not confuse "mysterious" with "mystic"). We start by following the precepts and examples frequently given by our Lord. First, go aside into a quiet place: "Come ye yourselves apart into a desert place, and rest awhile" (Mark 6:31); "Study to be quiet" (I. Thess. 4: 11); then pray in secret—alone and in silence.
The phrases "to pray in secret, alone and in silence" need, I feel, a little expanding. "Secret" should be understood as it is used in the Bible: for instance, Jesus tells us to do our charity secretly-not letting the left hand know what the right one does. We should not parade our devotions, nor boast about them. "Alone" means to separate ourselves from our immediate surroundings and disturbing influences. As a matter of fact, never are we in so much company as when we pray". . . seeing we also are compassed about with so great a cloud of witnesses. . ." (Hebrews 12:1). The witnesses are all those who pray: Angels, Archangels, saints and sinners, the living and the dead. It is in prayer, especially the Jesus Prayer, that we become keenly aware of belonging to the living body of Christ. In "silence" implies that we do not speak our prayer audibly. We do not even meditate on the words; we use them only to reach beyond them to the essence itself.
In our busy lives this is not easy, yet it can be done-we can each of us find a few minutes in which to use a prayer consisting of only a few words, or even only one. This prayer should be repeated quietly, unhurriedly, thoughtfully. Each thought should be concentrated on Jesus, forgetting all else, both joys and sorrows. Any stray thought, however good or pious, can become an obstacle.
When you embrace a dear one you do not stop to meditate how and why you love—you just love wholeheartedly. It is the same when spiritually we grasp Jesus the Christ to our heart. If we pay heed to the depth and quality of our love, it means that we are preoccupied with our own reactions, rather than giving ourselves unreservedly to Jesus —holding nothing back. Think the prayer as you breathe in and out; calm both mind and body, using as rhythm the heartbeat. Do not search for words, but go on repeating the Prayer, or Jesus' name alone, in love and adoration. That is ALL! Strange—in this little there is more than all!
It is good to have regular hours for prayer and to retire whenever possible to the same room or place, possibly before an icon. The icon is loaded with the objective presence of the One depicted, and thus greatly assists our invocation. Orthodox monks and nuns find that to use a rosary helps to keep the attention fixed. Or you may find it best quietly to close your eyes—focusing them inward.
The Jesus Prayer can be used for worship and petition; as intercession, invocation, adoration, and as thanksgiving. It is a means by which we lay all that is in our hearts, both for God and man, at the feet of Jesus. It is a means of communion with God and with all those who pray. The fact that we can train our hearts to go on praying even when we sleep, keeps us uninterruptedly within the community of prayer. This is no fanciful statement; many have experienced this life-giving fact. We cannot, of course, attain this continuity of prayer all at once, but it is achievable; for all that is worthwhile we must ". . . run with patience the race that is set before us . . ." (Hebrews 12:1).
I had a most striking proof of uninterrupted communion with all those who pray when I lately underwent surgery. I lay long under anesthesia. "Jesus" had been my last conscious thought, and the first word on my lips as I awoke. It was marvelous beyond words to find that although I knew nothing of what was happening to my body I never lost cognizance of being prayed-for and of praying myself. After such an experience one no longer wonders that there are great souls who devote their lives exclusively to prayer.
Prayer has always been of very real importance to me, and the habit formed in early childhood of morning and evening prayer has never left me; but in the practice of the Jesus Prayer I am but a be­ginner. I would, nonetheless, like to awaken interest in this prayer because, even if I have only touched the hem of a heavenly garment, I have touched it—and the joy is so great I would share it with others. It is not every man's way of prayer; you may not find in it the same joy that I find, for your way may be quite a different one—yet equally bountiful.
In fear and joy, in loneliness and companionship, it is ever with me. Not only in the silence of daily devotions, but at all timehttp://www.tkinter.smig.net/PrincessIleana/JesusPrayer/index.htms and in all places. It transforms, for me, frowns into smiles; it beautifies, as if a film had been washed off an old picture so that the colors appear clear and bright, like nature on a warm spring day after a shower. Even despair has become attenuated and repentance has achieved its purpose.
When I arise in the morning, it starts me joyfully upon a new day. When I travel by air, land, or sea, it sings within my breast. When I stand upon a platform and face my listeners, it beats encouragement. When I gather my children around me, it murmurs a blessing. And at the end of a weary day, when I lay me down to rest, I give my heart over to Jesus: "(Lord) into thy hands I commend my spirit". I sleep—but my heart as it beats prays on: "JESUS".

http://www.tkinter.smig.net/PrincessIleana/JesusPrayer/index.htm

sexta-feira, 1 de abril de 2011

* Père Lev Gillet « Un Moine de l'Église d'Orient » * L'Usage Pratique de la Prière de Jésus # LA ORACIÓN DEL NOMBRE DE JESÚS # 5. UNE PRIÈRE POUR NOTRE TEMPS # La Oración de Jesús : Raíces históricas de la Orac... # LA PRIÈRE SPIRITUELLE # La Prière de Jésus : Le Mystère de la Spiritualité... # A «Oração de Jesus» # L’invocation de Jésus. La prière intérieure

Abril (2)

Março (40)

    Père Lev Gillet « Un Moine de l'Église d'Orient »

    Père Lev Gillet
    Père Lev Gillet « Un Moine de l'Église d'Orient »


    LES PAGES PÈRE LEV GILLET
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    « Introduction à la foi orthodoxe : Commentaire sur le Symbole de Nicée-Constantinople »
    « Le don de la joie » par le Père Lev Gillet

    Commentaires du père Lev Gillet sur les grandes fêtes liturgiques, extraits de son livre L’An de Grâce, Un Commentaire de l’année liturgique byzantine (pour accéder à ces pages, consultez les pages des grandes fêtes liturgiques) :
    Nativité de la Vierge Marie (8 septembre)
    Exaltation de la Sainte Croix (14 septembre)
    Présentation au Temple de la Vierge Marie (21 novembre)
    Nativité du Christ (25 décembre)
    Sainte Théophanie (6 janvier)
    Présentation du Christ au Temple (2 février)
    Annonciation (25 mars)
    Entrée du Christ à Jérusalem
    Résurrection du Christ - La Grande et Lumineuse Pâque
    Canon Pascal de Saint Jean Damascène
    Ascension du Christ
    Pentecôte
    Transfiguration du Christ (6 août)
    Dormition de la Mère de Dieu (15 août)
    Des textes spirituels du père lev Gillet ont parus au Bulletin Lumière du Thabor Nos. 5 et 8 à 19 :
    Extraits de Jésus, simples regards sur le Sauveur (voir la page Méditations bibliques avec le père Lev Gillet) :
    Voir Jésus (Bulletin 9)
    Toucher Jésus (Bulletin 9)
    Manger la Pâque avec Jésus (Bulletin 12)
    La fraction du Pain (Bulletin 12)
    Je vous donne ma paix (Bulletin 11)
    Le retour en Galilée (Bulletin 17)
    Extraits de Le Visage de Lumière (voir la page Méditations bibliques avec le père Lev Gillet) :
    Crois-tu à la Bonne Nouvelle ? (Bulletin 8)
    Le bon Berger : Méditation sur le Psaume 22/23 (Bulletin 13)
    La prière du publicain (Bulletin 16)
    Printemps (Bulletin 8)
    La lumière luit dans les ténèbres (Bulletin 10)
    Lumière du matin, Lumière de midi (Bulletin 10)
    Lumière du soir (Bulletin 10)
    Extrait de La Colombe et l’Agneau :
    Méditation sur le Christ et l’Esprit (Bulletin 15)
    La Coupe (Bulletin 14)
    Autres sources :
    Qu’ai-je à donner ? Le Messager orthodoxe, No 10, 1960. (Bulletin 18)
    Cette Croix qui vous êtes offerte… Contacts, No 55, 1966 . (Bulletin 5)
    La signification spirituelle de l’icône de la Sainte Trinité d’André Roublev, Irénikon, N° 26, 1953 ; reproduit dans Contacts, N° 116, 1981. (Bulletin 19)
    Pour accéder aux Bulletins, consultez les Archives du Bulletin à la page :
    http://www.pagesorthodoxes.net/bulletin/archive.htm. 

    http://www.pagesorthodoxes.net/saints/lev-gillet/lev-gillet-intro.htm

    L'Usage Pratique de la Prière de Jésus

    Prière de Jésus - Prière du Coeur
    Icône du Christ Bénissant
    Le Christ bénissant
    (Icône du Sinaï, VIe siècle)
    L'Usage Pratique de la Prière de Jésus
    par le Père Lev Gillet
    (Un moine de l'Église d'Orient)


    1. FORME DE LA PRIÈRE
    2. ÉPISODE OU MÉTHODE
    3. LES PREMIERS PAS : ADORATION ET SALUT
    4. INCARNATION
    5. TRANSFIGURATION
    6. LE CORPS DU CHRIST
    7. LA CÈNE DU SEIGNEUR
    8. LE NOM ET L’ESPRIT
    9. VERS LE PÈRE
    10. JÉSUS TOUT ENTIER



     2. ÉPISODE OU MÉTHODE
    L’invocation du nom sera pour certains un épisode sur leur route spirituelle ; pour d’autres elle sera plus qu’un épisode, elle sera l’une des méthodes dont ils se servent habituellement, sans être toutefois la méthode ; pour d’autres enfin, elle deviendra la méthode autour de laquelle s’organisera toute la vie intérieure. Décider, par un choix arbitraire, par un caprice, que ce dernier cas sera le nôtre serait bâtir un édifice qui s’écroulera misérablement. On ne choisit pas la " prière de Jésus ". On y est appelé et conduit par Dieu, s’il le juge bon. On s’y consacre par obéissance à une vocation très spéciale, pour autant que d’autres obéissances n’ont as un droit de priorité. Si cette forme de prière ne fait pas obstacle à d’autres formes auxquelles nous nous devons en vertu de notre état, si elle s’accompagne d’un attrait pressant, si elle produit en nous des fruits de pureté, de charité et de paix, si nos conducteurs spirituels autorisés nous encouragent, il y a là, sinon des signes d’un appel, du moins des indices qui méritent d’être humblement et attentivement considérés.
    La " voie du Nom " a été sanctionnée par beaucoup de Pères monastiques orientaux et aussi par plusieurs saints d’Occident ; elle est donc légitime et demeure ouverte. Mais l’on évitera tout zèle indiscret, toute propagande intempestive ; on ne criera pas avec une ferveur mal éclairée : " C’est la meilleure prière ", et encore moins : " C’est la seule prière ". On gardera dans leur pénombre les secrets du Roi. Ceux qui sont soumis à une communauté ou à une règle verront dans quelle mesure la voie du Nom est compatible avec les méthodes auxquelles ils doivent obéissance ; l’autorité compétente les aidera dans ce discernement.
    De la prière liturgique ; nous n’avons rien à dire ici ; elle ne saurait entrer en conflit avec l’oraison individuelle et intérieure dont nous traitons. Nous nous garderons bien de suggérer à ceux dont la prière est un dialogue authentique avec le Seigneur ou à ceux qui se sont établis dans le grand silence des états contemplatifs d’abandonner leur oraison pour pratiquer la " prière de Jésus ". Nous ne déprécierons aucune forme de prière. Car la meilleure prière est, en définitive, pour chacun, celle, quelle qu’elle soit, où l’acheminent le Saint-Esprit, et les circonstances, et des directions autorisées. Ce que nous dirons avec sobriété et vérité en faveur de la " prière de Jésus ", c’est qu’elle aide à simplifier et à unifier notre vie spirituelle. Alors que des méthodes compliquées dispersent et fatiguent l’attention, cette prière qui consiste en un seul mot possède un pouvoir d’unification, d’intégration, bienfaisant aux âmes divisées dont le nom et le péché " est légion " (Mc 5,9). Le nom de Jésus, devenu le foyer d’une vie, rassemble tout. Mais qu’on n’aille pas s’imaginer que l’invocation du nom soit un moyen court qui dispense des purifications ascétiques. Le nom de Jésus est lui-même un instrument d’ascèse, un filtre au travers duquel ne doivent passer que les pensées, les paroles, les actes compatibles avec la divine et vivante réalité que ce nom symbolise. La croissance du nom dans notre âme implique une décroissance correspondante du moi séparé, la mort quotidienne à l’égoïsme dont tout péché découle.
    3. LES PREMIERS PAS : ADORATION ET SALUT
    Il y a des degrés dans la " prière de Jésus ". Elle s’approfondit et se dilate selon que nous découvrons dans le nom un contenu nouveau. Elle doit débuter comme adoration et sentiment de présence. Puis cette présence est éprouvée comme celle d’un Sauveur (car tel est le sens du mot " Jésus "). L’invocation du nom est un mystère de salut en tant qu’il apporte une délivrance. Prononçant le nom, nous recevons déjà ce dont nous avons besoin. Nous le recevons dès maintenant en Jésus qui est, non seulement le donateur, mais le don ; non seulement le purificateur, mais toute pureté ; non seulement le nourricier des affamés et celui qui désaltère les assoiffés, mais la nourriture et le breuvage. Il est la substance de toutes choses bonnes (si nous ne prenons pas ce terme dans un sens rigoureusement métaphysique).
    Son nom rend la paix à ceux qui sont tentés : au lieu de discuter avec la tentation, au lieu de considérer la tempête qui fait rage (ce fut, sur le lac, le tort de Pierre après son bon commencement), pourquoi ne pas regarder à Jésus seul et aller vers lui en marchant sur les flots, prenant refuge dans son nom ? Que l’homme tenté se recueille doucement et prononce le nom sans anxiété, sans fièvre, et que de ce nom il emplisse son coeur et fasse un barrage contre les vents mauvais. Et, si un péché a été commis, que le nom serve de réconciliation immédiate. Sans hésitations, sans retard, qu’il soit prononcé avec repentance, avec charité parfaite, et il deviendra aussitôt un signe de pardon ; et Jésus reprendra tout naturellement sa place dans la vie du pécheur, de même que, ressuscité, il revint s’asseoir si simplement à la table où les disciples qui l’avaient délaissé lui présentaient du poisson et du miel. Il ne s’agit évidemment pas de rejeter ou de sous-estimer les moyens objectifs de pénitence et l’absolution que l’Église offre au pécheur : nous ne parlons ici que de ce qui se passe dans le secret de l’âme.
    4. INCARNATION
    Le nom de Jésus est plus qu’un mystère de salut, plus qu’un secours dans les besoins, plus qu’un pardon après le péché. Il est un moyen par lequel nous pouvons nous appliquer à nous-mêmes le mystère de l’Incarnation. Au-delà de la présence, il apporte l’union. En prononçant le nom, nous intronisons Jésus dans nos coeurs, nous revêtons le Christ ; nous offrons notre chair à la Parole pour qu’elle l’assume dans son Corps mystique ; nous faisons déborder jusque dans nos membres soumis à la loi du péché la réalité intérieure et la force du mot " Jésus ". Nous sommes ainsi rendus purs et consacrés. Pose-moi comme un sceau sur ton coeur, comme un sceau sur ton bras (Ct 8,6). Ce n’est pas seulement une approche personnelle du mystère de l’Incarnation que nous procure l’invocation du nom de Jésus. Par cette prière nous entrevoyons la plénitude de celui qui remplit tout en tous (Ép 1,23).

    http://www.pagesorthodoxes.net/coeur/usage.htm#2